Le immagini digitali stanno assumendo un ruolo sempre crescente nelle arti visive e nella fruizione culturale. La città di Torino ospita un progetto che mette in relazione artisti, curatori, musei e istituzioni sull’argomento. Digital Visual 2025/26 nasce come un dispositivo diffuso di dialogo e ricerca capace di interrogare il rapporto tra pratiche artistiche, tecnologie dell’immagine e territorio. In incontri mirati presso atelier, musei e gallerie torinesi, due artisti e un curatore indagano assieme la trasformazione dei linguaggi visivi e delle relazioni nel sistema dell’arte. Il risultato atteso? Restituire in parte la complessità del sistema visivo contemporaneo.

Paola Borrione – Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura:
Quali sono gli ostacoli e le leve per la diffusione di progetti visual-digital nei musei, negli spazi indipendenti e sul territorio?
La diffusione di progetti visual-digital si inserisce oggi in una trasformazione profonda del rapporto tra immagine, tecnologia e spazio pubblico. Iniziative come Digital Visual non producono solo contenuti, ma attivano processi di apprendimento collettivo e di apertura verso il territorio, ridefinendo il modo in cui artisti, curatori e istituzioni si relazionano ai linguaggi emergenti.
Gli ostacoli principali riguardano una persistente carenza di digital literacy, l’elevato costo di manutenzione dei sistemi e la difficoltà nel reperire competenze specialistiche. A ciò si aggiunge la rapidità con cui i linguaggi visual-digital evolvono, mettendo sotto pressione modelli organizzativi spesso rigidi. Anche le politiche di finanziamento, pur avendo aumentato le risorse destinate al digitale, tendono a privilegiare l’acquisto di tecnologie rispetto alla costruzione di competenze e visioni strategiche di lungo periodo, generando interventi isolati e spesso poco sostenibili.
Un ulteriore limite è di natura culturale: il digitale viene talvolta interpretato come una semplice trasposizione tecnica, senza riconoscerne l’impatto sull’ontologia stessa dell’immagine. La ricerca contemporanea mostra invece come l’opera digitale sia spesso un processo, un codice, un comportamento visivo. Senza questo cambio di paradigma, le istituzioni faticano ad accogliere l’innovazione. Le leve risiedono allora nella capacità di concepire il digitale come un’ecologia culturale. Progetti come Digital Visual funzionano perché mettono gli artisti al centro dei processi di innovazione e costruiscono comunità di pratica capaci di generare competenze condivise, reti territoriali e valore culturale duraturo. La libera circolazione delle immagini, infine, può diventare una straordinaria leva di cittadinanza culturale e partecipazione.

Qual è il potenziale della visualizzazione digitale per la rigenerazione urbana o territoriale in Piemonte?
La visualizzazione digitale può diventare una leva di rigenerazione solo se inserita in politiche culturali e urbane di medio-lungo periodo. In un contesto policentrico come quello piemontese, può contribuire a rendere visibili geografie creative frammentate e a connettere pratiche emergenti, patrimoni diffusi e pubblici diversificati.
È però necessario evitare il rischio di una riduzione a strumento di marketing urbano. Il vero potenziale risiede nella dimensione relazionale e di processo. Quando il digitale diventa strumento di produzione culturale condivisa, inclusione e costruzione di competenze locali, progetti come Digital Visual possono agire come dispositivi strategici di rigenerazione.

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Riferimenti:

Monica Trigona
Il Giornale del’Arte
15 gennaio 2026
online